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Introduzione alla storia della Confraternita della SS Trinità di Taggia ed ai tesori artistici della sua Chiesa


 Estratto dal discorso tenuto dalla dott.ssa Francesca Boeri (laureata in Storia dell'Arte presso l'Università di Pisa) in occasione della conferenza con tema “Il caso Sindone non è chiuso” del Prof. Bruno Barberis avvenuto il 26 marzo 2011.

Se è vero che «La storia di un popolo poggia sulle sue tradizioni», possiamo trovarci nel posto giusto. O meglio, in uno dei tanti posti giusti di Taggia.

Infatti basterebbe anche solo tracciare un elenco delle numerose Chiese, degli Oratori, delle Cappelle votive urbane e campestri, che il popolo tabiese ha innalzato nel corso dei secoli per dare una testimonianza significativa della forza religiosa di questa gente.  Nonostante alcuni di questi sacri edifici siano scomparsi o chiusi, oppure altri aperti solo saltuariamente al culto, continuano non solo a custodire l'orgoglio dei suoi fedeli, ma rappresentano ancora oggi un indispensabile tassello di fondamentale importanza per poter tracciare e conoscere la Storia di questa gloriosa città.

Per l'armonia di esecuzione e la bellezza delle decorazioni questa Chiesa, consacrata nel  maggio del 1690, deve essere ritenuta uno dei principali tesori artistici e storici del Ponente ligure.

La sua costruzione venne decisa e programmata proprio dalla Confraternita della SS Trinità che già dagli inizi del XVII secolo operava nella città di Taggia.

Questo gruppo, volgarmente noti come “i Rossi” dal colore della “cappa” della loro veste, ottenuto il benestare e qualche aiuto da una fra le più importanti famiglie nobili che a quel tempo risiedevano a Taggia, la famiglia Lercari, mise mano alla costruzione della Chiesa. I lavori ebbero inizio nel 1684 e in tempi veramente rapidi, il 7 maggio 1690 il vescovo di Albenga (Giovanni Tommaso Pinelli) potè consacrarla alla SS. Trinità. Lo testimonia il quadro che capeggia sull'altare maggiore e che rappresenta infatti la SS Trinità che incorona la Madonna, opera di Lorenzo Donato di Ormea del 1530. Al centro della rappresentazione si trova la Vergine Maria su una nuvola circondata dagli angeli. Le sue mani sono giunte e il suo sguardo carico di venerazione è rivolto proprio sopra di lei, dove i putti sorreggono il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo, simboleggiato dalla colomba in volo. La scena è gremita e si respira un'aria solenne degna dell'avvenimento celeste che sta per compiersi.

 

Quasi a mò di cornice si ergono a fianco al dipinto le colonne di marmo policromo dal motivo a spirale, chiaro richiamo dell'arte barocca. 

Sopra il dipinto trova collocazione una scultura di particolare valore ed eccezionale merito artistico: trattasi di un “Crocifisso d'avorio”, dono del Cardinal Lercari alla Confraternita. Raro esempio di scultura in avorio, dove tutto il corpo del Cristo è stato scolpito in un solo pezzo d'avorio, mentre le braccia sono state applicate in seguito con una grande maestria tanto da rendere invisibile la spezzatura.

Lo storico Tirocco scrive, nel 1933, che un famoso antiquario si propose di offrire la «cospicua somma» di lire trentamila per questa splendida scultura in avorio dicendo che non aveva mai avuto la fortuna di ammirare «un lavoro così rilevante» nella sua vita d'artista. Grazie al rifiuto da parte dei confratelli questa così preziosa opera continua a trovare dimora nella chiesa di Taggia. 

Nell'iconostasi dell'altare (parete che divide il presbiterio dalla navata), trovano collocazione due delle opere più importanti e degne di ammirazione di tutta la Chiesa: trattasi dell' «Ecce Homo» alla vostra sinistra e del «San Gerolamo» a destra.

Quest'ultimo raffigurante il San Gerolamo in meditazione è riconducibile alla prima metà del 600 ed è stato attribuito alla mano del famoso pittore Domenico Zampieri di Bologna (detto il Domenichino). Questa discutibile attribuzione non toglie però il notevole merito riconducibile a questo dipinto. Come pure di pari bellezza e valore è sicuramente il quadro posto sul lato opposto: «Ecce homo», opera che richiama alla memoria l'episodio della salita di Cristo al calvario quando Ponzio Pilato, allora governatore romano della Giudea, rivolse queste parole al popolo giudeo mostrandogli il corpo flagellato di Gesù. Sotto questi pregevoli dipinti possiamo osservare due tele rappresentanti altri due momenti della Passione di Cristo: «L'incontro con le pie donne» e «La deposizione dalla Croce». Come possiamo leggere nell'opera letteraria dello storico Tirocco questi due quadri facevano parte di un'intera Via Crucis che dietro ordine del Cardinal Lercari fu trasportata da Genova a Taggia via nave. A causa però di una tempesta scatenatasi in mare solo le due opere qui presenti riuscirono a giungere integre a Taggia.

Ai piedi di questi importanti opere si può ammirare il gruppo scultoreo, opera di scuola genovese e databile intorno alla metà del XVIII secolo, raffigurante «l'Incoronazione della Vergine Maria». Il gruppo è composto dal Padre Eterno, sul lato sinistro, avvolto in un mantello seduto su un banco di nubi che regge in mano la sfera rappresentante il globo terrestre con a fianco il Cristo, anch'egli seduto sulle nuvole che impugna lo scettro in una mano mentre nell'altra regge insieme al Padre una corona. Con lo sguardo fisso davanti a sé, al centro è collocata la Madonna in ginocchio, avvolta da un luminoso mantello. Questo gruppo scultoreo faceva parte dell'antica cassa processionale della SS Trinità che nelle maggiori solennità veniva portata da un considerevole numero di uomini, considerato il notevole peso. Purtroppo la cassa lignea su cui poggiavano le statue andò distrutta all'inizio del XX secolo.

All'interno della cappella ubicata sul lato destro si trova un dipinto a olio raffigurante la Madonna fra San Filippo Neri e San Vincenzo Ferrer, mentre sulla parete era posto un dipinto su tela, ora in sacrestia, ritenuto un ex-voto. Di autore ignoto e dal singolare soggetto: infatti rappresenta alcuni malfattori che, intenti nell'atto di profanare un luogo sacro, vengono assaliti e minacciati da una schiera di scheletri che brandendo tibie e femori, riescono ad allontanare i delinquenti. Molto probabilmente questi cadaveri rappresentano i confratelli defunti che veglieranno per sempre sulla loro chiesa.

Particolarmente interessante è la cappella di sinistra dove sono conservate le reliquie di San Benedetto martire, un cristiano originario della Liguria di Ponente vissuto sotto il console Flavio Massenzio. Fu sepolto nelle catacombe di San Lorenzo distinto da una lapide che ne ricorda le virtù eroiche ed il martirio. Grazie all'interessamento di un frate capuccino, Francesco Maria Anfossi che riuscì a sollecitare le persone giuste, nel 1771 si decise di donare le preziose reliquie alla Confraternita della SS Trinità di Taggia. Poste in un'apposita urna partirono da Roma e giunsero a Sanremo il 7 aprile 1771. Dopo aver ottenuto l'autentica ricognizione del vicario del Vescovo di Albenga e aver officiato il Vespro solenne nella Chiesa dei Padri Domenicani di Taggia, le reliquie vennero finalmente portate definitivamente nella chiesa dell'Oratorio della SS Trinità. Dove ancora oggi si trovano!

La decorazione della Chiesa è un richiamo fastoso al Barocco imperante della seconda metà del XVII secolo per l'utilizzo dei marmi policromi, delle colonne a spirale e delle dorature onnipresenti. Lungo la navata il nostro sguardo incontra altri sei grandi dipinti: il primo quadro a destra rappresenta l'«Incontro della baronessa Giovanna Fremiot con San Francesco di Sales», allora Vescovo di Ginevra. Opera di autore ignoto, databile alla fine del XVII secolo, richiama l'episodio avvenuto nel 1604, quando la baronessa rivelò la sua intenzione di costituire un nuovo ordine che poi sarà conosciuto con il nome dell'Ordine della Visitazione. Quest'ordine trovò collocazione anche a Taggia presso la Chiesa di Santa Teresa. Fu canonizzata da Papa Clemente XIII con il nome di Santa Giovanna di Chantal. La stessa figura di Santa la troviamo dipinta anche nel successivo quadro sulla destra che raffigura la morte di San Francesco di Sales, avvenuta a Lione nel 1622; il santo è assistito negli ultimi respiri proprio da Santa Giovanna Francesca di Chantal. Entrambe le tele furono acquistate dal Cardinal Lercari che ne fece dono all'Oratorio della SS Trinità.

L'ultimo quadro sulla destra trattasi di un dipinto a olio su tela e rappresenta la «Conquista delle ceneri di S. Giovanni Battista» che dopo esser state trasportate a Gerusalemme, poi ad Alessandria d'Egitto, arrivarono finalmente a Genova.

Volgendoci a sinistra troviamo la raffigurazione dell'apostolo prediletto di Gesù: San Giovanni Evangelista. Realizzata da Gioacchino Bombelli nel 1816, l'opera è carica partecipazione per questo santo che fra tutti, fu il solo fra i discepoli ad accompagnare Gesù fino alla croce.

Il quadro successivo è particolarmente coinvolgente: copia del celeberrimo dipinto eseguito nel 1628 da Nicholas Poussin e tuttora conservato nel Museo Condè a Chantilly, rappresenta l'episodio noto a tutti come «La strage degli innocenti» quando Erode decretò l'uccisione di tutti i bambini nati a Betlemme con l'intento di eliminarne uno in particolare, il piccolo Gesù.

La follia e la violenza di quell'episodio trova qui una giusta rappresentazione: nella furia del soldato che calpesta a terra il nudo bambino e brandisce la spada; e allo stesso tempo la profonda commozione e partecipazione che si prova nell'osservare la disperazione della madre che tenta di fermare questa barbarie frapponendosi tra il soldato e il bambino. Anche quest'opera fu voluta e commissionata dal Cardinal Lercari ed è datata 1816.

«Il martirio di Santo Stefano» è il tema raffigurato nel terzo quadro a sinistra. Anche quest'opera fu commissionata dal Cardinal Lercari nel 1816, ci testimonia e ricorda che la festa di Santo Stefano, che ricordiamo avviene il 26 dicembre, viene celebrata ogni anno con una grande messa dalla Confraternita della SS Trinità.

Le confraternite sono associazioni cristiane fondate con lo scopo di suscitare l'aggregazione tra i fedeli, di esercitare opere di carità e di pietà e di incrementare il culto.

Nata con l'intento di porgere assistenza religiosa ai confratelli e curare il loro suffragio dopo la morte, la Confraternita aveva riservato un grande locale di cui potevano disporre i pellegrini in viaggio per Roma e dove trovavano rifugio i convalescenti appena dimessi dall'ospedale. Questo ritrovo dei pellegrini ed ambulatorio era dedicato a  Sant'Orsola e fu completato nel 1604, come testimonia la data scritta incisa sul portale. E' grazie all'opera dei confratelli che si sono succeduti nel corso dei secoli che questo eccezionale patrimonio artistico qui descritto è potuto giungere intatto fino a noi ed è una fortuna che continuino a custodirlo con tale zelo.

Oggi la confraternita continua ad offrire il suo contributo di assistenza religiosa e di attività liturgica alla popolazione e continua a mantenere vive le funzioni tradizionali, come quella già citata in onore di Santo Stefano martire ma, forse ancora più sentita è quella che si svolge ogni anno il giovedì santo la celebrazione della Lavanda dei piedi. In questa occasione i confratelli si mettono a servizio in senso più ampio del termine: se agli albori della loro fondazione erano a servizio di coloro che avevano bisogno, oggi sono a servizio del loro gruppo fondato sull'unione di intenti e di carità cristiana.

La funzione della Confraternita della SS Trinità resta dunque importante per il lungo cammino che ha persorso, per il patrimonio di esperienze acquisite nelle sue opere, per la sua funzione di raccordo tra la Chiesa e la società, grazie alla sua secolare presenza in entrambe. E' parte del nostro bagaglio culturale ed è una presenza non facilmente sostituibile per la comunità.

Non dobbiamo dimenticare l'importanza di queste tradizioni perchè ci parlano di noi,  delle nostre radici. Ed è solo attraverso la riscoperta delle nostre radici che si può sperare in una rinascita della nostra comunità.



[1]  Estratto dal discorso tenuto dalla dott.ssa Francesca Boeri (laureata in Storia dell'Arte presso l'Università di Pisa) in occasione della conferenza con tema “Il caso Sindone non è chiuso” del Prof. Bruno Barberis avvenuto il 26 marzo 2011.


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